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(fair use di immagine wikimedia commons con licenza Creative Commons, autore David from Roma)
“Fragoline o fragoloni?”.
Questa era la domanda che ci veniva rivolta dal cameriere alla fine del pasto. Non essendo ancora coltivate in serra, le fragole si mangiavano soltanto in stagione, e così i più golosi sceglievano le fragoline, dal profumo irresistibile, che venivano spruzzate con limone, oppure innaffiate con del buon marsala. Il sapore delle fragoline lo avevamo e lo abbiamo tutti ben chiaro in mente. Chi, da bambino, passeggiando d’estate per i boschi, non ha mai raccolto le preziose fragoline, magari usando qualche foglia come contenitore, per poi assaporarle alla prima sosta?
In Italia, la moderna fragolicoltura vanta tecniche agricole avanzate e all’avanguardia, che permettono di produrre fragole per nove mesi l’anno, da ottobre a luglio, e che rappresentano il 75% della produzione di fragole italiane. Ma, sui banchi dei mercati e sugli scaffali dei supermercati troviamo anche moltissime fragole d’importazione, provenienti da Paesi che, puntando su produzioni fortemente intensive, non adottano le nostre stesse attenzioni per la qualità e per la sicurezza alimentare. Ci troviamo allora di fronte a fragole reperibili sì tutto l’anno, ma costruite in laboratorio, cresciute in serra (con gli Ogm pare resisteranno anche al gelo), vendute il più delle volte acerbe, povere di profumo, in vaschette di plastica da cui pare abbiano preso aspetto e consistenza. Più d’altri frutti, infatti, esse hanno perduto, nella coltivazione intensiva, le loro migliori qualità.
Da quando, nel 1712, un ufficiale francese dal nome predestinato, Frézier, portò in Europa dal Cile piante di fragole enormi, le varietà si sono moltiplicate e, grazie agli interventi dei botanici, hanno standardizzato il loro gusto, smussato l’acidità, incrementato dolcezza e contenuto d’acqua.
Di bell’aspetto, di varie forme più o meno grosse, mostrano un seducente, ingannevole color rosso brillante, tempestato d’acheni gialli. Ma dov’è quella consistenza soffice e sugosa, fondente eppure quasi croccante e soda, dal sapore leggermente acidulo, appena zuccherino, floreale? Che cosa ha causato questa malinconia della fragola che sembra non comunicare più, non volere dispensare la sua grazia profumata? Forse perché, banalizzandoli, si sono regalati i suoi aromi a shampoo, yogurt, e gomme da masticare? Ma riserviamo loro un angolo del giardino, o, ancor meglio, imbocchiamo la strada del bosco, e il dialogo potrà riprendere.
Ci inoltriamo tra stretti sentieri, ci imbattiamo in radure inattese tra ombra e luce e poi, tra il fresco del bosco e ai margini il caldo del primo sole, ecco il profumo intenso, gli aromi rapiti alle violette, il sapore muschiato di queste piccole fragole d’oro rosso, tonde come perle. La gioia è già nel coglierle, nella punta delle dita e poi in bocca.
Ma anche quei piemontesi che non vogliono o non possono addentrarsi nei boschi, possono ritenersi fortunati perché la nostra regione possiede ancora molte produzioni di fragole d’altissima qualità, che hanno ottenuto il riconoscimento di PAT, cioè di Prodotti Agro-alimentari Tradizionali. Citiamo le fragole di San Raffaele Cimena, le fragole di Tortona, e le fragole delle Valli Cuneesi, cui vengono dedicate le sagre di Sommariva Perno a fine maggio e quella di Peveragno a metà giugno. La fragola di San Mauro Torinese con frutto di forma conica allungata abbastanza regolare e di colore rosso brillante che ha polpa molto sapida. La fragolina di Rivodora, con due varietà, la rossa e la nera. La prima è la classica fragolina di bosco oblunga, di colore rosso, mentre la seconda, di forma più tondeggiante e di pezzatura ancor più piccola della precedente, a maturazione assume colore nero.
Queste fantastiche fragoline sono ormai una rarità: una mostra-mercato si tiene ogni anno a fine maggio nell’ambito della “Festa d’le fròle” organizzata dalla Pro-Loco di Baldissero.

Guido Tampieri