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Un chilo di uva un euro! Questo è il grido invitante che accoglie i torinesi che in questi giorni di metà settembre si recano al mercato. Invitante e allo stesso tempo liberatorio. Infatti, a causa di un clima estivo anomalo e di un aumento in molti casi ingiustificato dei prezzi, molti concittadini hanno ridotto drasticamente i consumi di frutta. Finalmente, specialmente nei mercati rionali, si torna a potere comprare la frutta, in particolare l’uva, a un prezzo più equo e sostenibile. Occorre dire che i caldi prolungati e le scarse piogge hanno accelerato ovunque la maturazione delle uve: così anche le vendemmie sono fatte con un anticipo di due settimane mentre le quantità e le rese sono inferiori rispetto allo scorso. Nelle tenute Donnafugata, a Contessa Entellina, si è aperta la tradizionale vendemmia notturna il 10 di agosto, mentre nel nostro Roero la vendemmia dei bianchi è terminata ai primi di settembre. Sebbene a questo punto diventi difficile resistere alla tentazione di parlare di vino, ora ci limitiamo a parlare dell’uva da tavola. Frutto squisito che in Italia è conosciuto e apprezzato da tempo immemorabile -in Italia cresceva già due milioni di anni fa-, l’uva prospera un po’ dovunque nel nostro Paese, che è il primo produttore al mondo di uva da tavola. Da Nord al Sud, dal Piemonte fino alla Sicilia, le varietà sono tantissime, ma le uve più pregiate e gustose, quelle con acini a buccia sottile, polpa soda e zuccherina, minore numero di semi o vinaccioli, gusto fresco e gradevole, provengono in gran parte dal meridione. Tra le più note qualità di uva da tavola: la croccante “Italia”, che è la più venduta in assoluto, e la dolcissima “Regina”, la nera “Cardinal” abruzzese e la “Concord”, assai più nota semplicemente come “uva americana”.

(fair use di immagine wikipedia rilasciata nel pubblico dominio, Licenza Creative Commons Pictures, By Bob Nichols, USDA ARS [Public domain], via Wikimedia Commons
L’uva è uno dei frutti più ricchi in zuccheri, glucosio e fruttosio, che l’organismo può utilizzare direttamente perché non richiedono un’elaborazione digestiva complessa. Ecco perché questo frutto è adatto a chi soffre di fegato. Grazie agli zuccheri fornisce un buon numero di calorie, oltre 600 per chilo, particolarmente utili quando si vuole recuperare in fretta l’energia spesa in un lavoro faticoso o durante l’attività sportiva. L’uva ha fama di cibo ricostituente e salutare grazie anche al suo contenuto di vitamine, sali minerali, acidi organici. Si è inoltre scoperto che la buccia dell’acino contiene il resveratrolo, sostanza che può avere azione antinfiammatoria e antiossidante: quindi molto importante per regolare il colesterolo e con effetto antiaging cutaneo. Per questo l’uva si presta in modo eccellente a una cura disintossicante, conosciuta come “ampeloterapia”. Come si esegue questa terapia? Secondo i dietologi la cura durerà due settimane, e andrà intrapresa solo dopo essersi consultati con il proprio medico curante. Si inizia mangiandone circa mezzo chilo il mattino, a digiuno, al posto della consueta prima colazione. Per chi non fosse abituato a ciò, è consigliabile mangiare questa stessa quantità divisa in due o tre piccoli spuntini, nella mattinata. Aumentando la dose si deve arrivare a un chilo nell’arco di tre giorni. Al mattino e poi, nella seconda settimana di cura, a circa due chili, secondo la tolleranza personale. Durante la cura è consigliabile mangiare cibi che si sposino bene con questo frutto, quindi i cereali, come fette biscottate, cracker, pane integrale. E’ importante masticare e insalivare bene l’uva: si può berne anche il solo succo. Fatto un rapido calcolo, si tratta di ingurgitare circa venti chili di uva nell’arco di due settimane. La quantità ci pare veramente notevole. Confessiamo quindi che da parte nostra manterremo la buona abitudine di spiluccare un buon grappolo quando lo desideriamo. La quantità mancante preferiamo piuttosto introdurla sotto forma di succo d’uva concentrato: un buon bicchiere di vino ai pasti principali.

Guido Tampieri